Zio Vanja è uno dei drammi più importanti di Čechov, in cui la sua poetica si esprime ai massimi livelli: amore, delusione, speranza e fallimento si intrecciano creando un panorama torbido e disordinato. Cosa resta delle nostre ambizioni con il passare del tempo e lo stagnare della vita? E’ questa la domanda centrale dell’opera con cui devono confrontarsi tutti i protagonisti della vicenda, nessuno escluso.

Nella rilettura di Vinicio Marchioni, adattata dalla drammaturga romana Letizia Russo, il primo cambiamento è l’aggiunta di Uno al titolo stesso dell’opera, che sottolinea la possibilità da parte di chiunque di identificarsi nel personaggio di Vanja, o meglio, nei suoi pensieri e nelle sue paure. Inoltre, la tenuta originale viene trasformata in un teatro italiano all’indomani di uno dei tanti eventi sismici, mentre le difficoltà di mantenimento del podere diventano le avversità insite nella scena contemporanea. I protagonisti si muovono in questo contesto, alternando lunghi monologhi e dialoghi intensi.

È uno zio Vanja complesso quello interpretato da Vinicio Marchioni; talvolta bizzarro e sentimentale, talaltra cinico e arreso ad una esistenza cristallizzata. Marchioni riesce a comunicare in maniera piuttosto efficace la tragicomicità della natura stessa dell’uomo contemporaneo, alle prese con scenari sociali deplorevoli, di cui in parte lui stesso è co-autore.                                                                                                                           Francesco Montanari interpreta con energia e passione un Astrov idealista e combattivo, ma irrimediabilmente dotato di un’amarezza che stempera quella luminosità di cui ogni tanto pare accendersi in un guizzo. “Siamo scimmie” ripete spesso, come ad indicare l’incapacità dell’uomo di salvare sé stesso e la propria specie da inevitabili fenomeni naturali: “Il problema di questo Paese non è dove sorgono le città, ma il dolo che mettiamo nel costruirle. Bisogna essere delle macchine senz’anima per lasciare morire tutta questa bellezza.” Astrov si fa portatore di messaggi ambientali e politici innovativi rispetto al testo originale, tuttavia al di là delle parole in più occasioni si mostra sboccato e burbero. L’alcool ricopre un ruolo fondamentale nell’opera: per Astrov e Vanja rappresenta l’unico rifugio dal tedio e dalla monotonia di una vita di provincia, anche se in ultima analisi accentua la loro desolazione e il loro vuoto esistenziale.                                                                         Lorenzo Gioelli restituisce al pubblico una versione malinconica del professor Serebrjakov; il quale lamenta i segni evidenti della vecchiaia che gli impediscono di esercitare l’autorità e l’ammirazione di un tempo su tutti i personaggi, persino sulla sua giovane e bella moglie Elena (Milena Mancini), talmente interessata a preservare la sua immagine da precludersi un avvenire più luminoso. A tutti manca lo slancio propulsivo necessario affinché si verifichi un sostanziale cambiamento; l’unica che continua a nutrire la speranza per un futuro più roseo è la giovanissima e ingenua Sonja (nipote di Vanja), interpretata con impegno e dedizione da Nina Torresi.                                                                                                   Fra i personaggi secondari spicca il talento di Andrea Caimmi, interprete dello stravagante Telegin, quest’ultimo talmente trasparente e ingenuo da risultare poco rilevante per gli altri personaggi.

 

La scenografia disegnata da Marta Crisolini Malatesta rispecchia questi stati d’animo e ci proietta nel dietro le quinte di un ipotetico teatro: costumi, strumenti, un tavolo, qualche sedia e un poster de La regina d’Africa, foto ricordo della prima moglie di Serebrijakov. Al centro dell’intero assetto va a sgretolarsi un muro di calcinacci e macerie, che ci permette di intravedere, sullo sfondo, il tanto amato ciliegio cechoviano, che durante la performance scandisce il passare delle stagioni: l’albero appare prima fiorito, poi sempre più spoglio, esposto senza difesa alle intemperie invernali.                                                                         I costumi, riadattati alla lettura contemporanea, non cambiano quasi mai; sono capi poco ricercati, soprattutto quelli di Vanja. I personaggi sembrano voler essere indolenti anche in questo aspetto. Infine, l’importanza delle luci di Marco Palmieri, che evidenziano gli scambi più intensi e regalano un atmosfera intima nei monologhi e nei dialoghi più profondi.                      

 «Fare Čechov, questo Čechov nel 2018 in Italia, mi ha fatto pensare a questo paese che vende la proprietà intellettuale perché non produce una proprietà di anima, di identità», ha raccontato Vinicio Marchioni in un’intervista di Simone Nebbia, indicando come la crisi identitaria del Vanja cechoviano possa somigliare a quella dei teatranti di oggi, talvolta obbligati al pensiero di non poter arrivare alla grandezza dei tempi che furono.

Vuoi restare aggiornato sull’offerta teatrale del Teatro Coccia?

Visita il sito ufficiale: Teatro Coccia