Cronaca e sensazioni dello spettacolo del Prisoner 709 Tour in scena a Busto Arsizio.

Un concerto è un evento che sa coniugare ai massimi livelli musica e spettacolo, intrattenimento ed emozioni. Non sfugge da questa descrizione il concerto di Caparezza che si è svolto il 23 Febbraio al PalaYamamay di Busto Arsizio. Il seguente evento fa parte del Prisoner 709 Tour, dedicato all’omonimo album dell’artista pugliese uscito lo scorso 15 Settembre. Come è stato raccontato dallo stesso Caparezza, l’album è dedicato ad un periodo molto difficile della sua vita: il verificarsi di una malattia come l’acufene, un fastidioso fischio all’orecchio, ha messo a dura prova l’artista e lo ha ispirato per la scrittura del suo ultimo album. Oltre a sentirsi schiavo di una malattia che non accettava, che lo ha portato a conoscere “più medici in un anno che Firenze nel Rinascimento”, Caparezza ha iniziato a sentire su di sé il peso della propria carriera.

Il Prisoner 709 dell’album, infatti, è lui stesso, incapace di riconoscersi e scisso in due personalità: Michele (vero nome dell’artista) e Caparezza. L’album è una lunga fuga verso la libertà, verso la scoperta della propria autenticità. Il tour che sta attraversando i palazzetti italiani vuole percorrere le tappe della malattia, dalla quale l’artista sta lentamente emergendo.

 

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La prima ora dell’evento è stata dedicata a 10 brani tratti dal nuovo album. L’incipit dello spettacolo coincide con il primo brano della nuova produzione del cantautore pugliese, dal nome Prosopagnosia. La prosopagnosia è l’incapacità di riconoscere i volti, e per Caparezza è l’incapacità di riconoscere realmente se stesso. Lo spettacolo inscenato permette realmente di entrare nella mente del rapper: dei ballerini armati di una grossa chiave fanno entrare sul palco gli strumentisti ed il cantante permettendo agli spettatori di sentire il senso di prigionia che lo ha oppresso. Per evadere da tale condizione, Caparezza cerca di trovare rifugio in una conversione spirituale ma il brano Confusianesimo rivela come nessuna religione sia riuscito a salvarlo da questo suo tormento. E’ soltanto con il pezzo Una Chiave che il cantante, chiamato da una voce fuori campo ad un colloquio con se stesso, riesce a comprendere che è soltanto lavorando su di sé che può fuggire dalla malattia. La carica emotiva della canzone è pazzesca, con il pubblico che grida a squarciagola il ritornello “no, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave” dando ulteriore forza all’artista.

Si prosegue con Ti Fa Stare Bene che incarna l’ora di libertà dell’artista dalla sua angoscia ma il momento di liberazione è breve: il suono dell’acufene viene riprodotto nel palazzetto e spalanca le porte al brano Larsen in cui Caparezza racconta al pubblico i momenti di dolore vissuti a causa di questa malattia. Il trittico di brani L’uomo che premette, Minimoog e Autoipnotica conduce il rapper verso la fuga dai suoi tormenti e verso la piena consapevolezza di dover convivere con questo dolore: infatti, la prima parte del concerto si conclude con il brano Prosopagno Sia! il cui gioco di parole rivela come la malattia sia stata realmente accettata e che ora è necessario convivere con lei senza essere tormentato da cattivi pensieri.

 

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La seconda parte del concerto diventa ancor più significativa: Caparezza, evaso dalle sue prigioni. si ritrova in viaggio alla riscoperta della propria autenticità e lo fa attraverso i brani più celebri della sua discografia. La scelta di portare in scena i brani più iconici, da Fuori dal tunnel alla conclusiva Abiura di mepassando per pezzi come Goodbye Malinconia, La fine di Gaia, Vieni a ballare in Puglia Mica Van Gogh, sembra simboleggiare la vera presa di coscienza da parte di Michele Salvemini che questo dualismo con Caparezza può esistere.

Sono i brani che hanno contribuito alla fama nazionale dell’artista, ma che di conseguenza hanno generato la paura per un confronto con un passato che è sempre più pesante da dover sopportare sulle proprie spalle. Ma se all’inizio del concerto Michele sembra oppresso dal personaggio di Caparezza, al termine del concerto l’uomo e l’artista si ritrovano uno dentro l’altro. Ad omaggiare la band, le coriste ed un corpo di ballo eccezionale è l’uomo che vive con loro i momenti d’intimità del tour ma è anche l’artista che riconosce i loro sforzi per rendere ogni concerto migliore; a ringraziare la platea è l’artista compiaciuto per il proprio successo ma è anche l’uomo che vive grazie alla musica ed al calore del proprio pubblico.

 

 

E non si può non parlare del pubblico: l’evento è stato inter-generazionale. A ballare e cantare non c’erano solo i giovanissimi ma anche generazioni di persone più anziane dello stesso Caparezza. Non c’è da stupirsi di ciò, perché il messaggio del concerto è univoco: soltanto credendo in se stessi si possono fare i conti con i propri demoni. E’ un monito di speranza per i giovani che ancora non hanno vissuto una crisi interiore, è un messaggio di condivisione con quelle persone più mature che hanno sofferto per le proprie paure e angosce e che, come Caparezza, hanno capito che è possibile conviverci. Il concerto è stato proprio un viaggio alla continua ricerca del proprio io, dal confronto con le proprie paure alla consapevolezza che possiamo convivere con loro facendo “ciò che ci fa stare bene.”  E se la musica lo ha portato ad affrontare un’inaspettata difficoltà,  la stessa musica è riuscita a fargli rialzare la capa, lo ha salvato ed è ciò che realmente lo fa stare bene. Che sia Michele o Caparezza. O entrambi.

 

Davide Boris Farinetti, 26 Febbraio, Vercelli