La seconda giornata di Campus Party ha ospitato sul Main Stage un panel dal titolo “Millennials Big Bang: perché vi amano, perché vi odiano”, tenuto da Federico Capeci, CEO e CDO Insights a Kantar. Dato l’argomento, da sempre al centro di un dibattito senza né capo né coda, ci siamo avvicinati alla conferenza con il timore di risentire le solite vecchie cose e la rassegnazione che ne deriva. Con nostra grande sorpresa e soddisfazione, invece, abbiamo trovato una prospettiva totalmente nuova rispetto alla questione e al modo migliore di affrontarla.
A dir la verità l’inizio sembrava confermare i nostri iniziali sospetti. Capeci ha infatti cominciato con una carrellata su come i millennials sono solitamente percepiti: pigri, bamboccioni, “entitled” (ovvero il sentire di avere un diritto su tutto), senza passione, irrispettosi … e chi più ne ha più ne metta. L’ovvia conclusione è questa: i millennials sono la generazione più odiata del momento. Ma perché? È proprio qui che comincia la svolta. Secondo Il CEO di Kantar l’odio che si riversa sui millennials non è altro che il frutto del timore che essi creano nelle generazioni più “vecchie”. Un timore nato soprattutto dalla paura di perdere il proprio potere e l’ignoranza rispetto ai valori, le abitudini e la forma mentis della nuova generazione. Perché sì, è soprattutto una questione di differenze di valori, convinzioni e possibilità. E la causa di queste differenze è da ricercare nei drastici cambiamenti nel contesto storico, economico e culturale nel quale ogni generazione si è formata.
Ora, partendo dai “baby boomers” (nati durante il secondo dopoguerra), passando dalla cosiddetta “generazione X” (nati negli anni 60’-80’) e finendo con i “millennials” (nati nell’ultimo ventennio del ‘900) cerchiamo di riassumere l’analisi sociologica fatta da Capeci. Il contesto economico-sociale risulta estremamente diverso: i primi sono vissuti negli anni dell’american dream e del miracolo italiano in cui la sensazione era che tutto era possibile; i secondi in un mondo fatto di opposizioni radicali in cui rifugiarsi da una realtà che non appariva così ottimista come gli era stata mostrata dai genitori; i terzi hanno visto la grande crisi che li ha fatti stare con i piedi per terra, hanno assistito all’emergere di internet e alle migliaia di possibilità che ha aperto. Questo ha influenzato profondamente i valori delle varie generazioni: i baby boomers privilegiano il fare, il realizzare ciò che si desidera; la generazione x il sognare, l’aspirazione, l’evasione; i millennials il sapere, la molteplicità delle esperienze, la complessità.
Capire queste differenze strutturali è il primo fondamentale passo per smettere di combattere un’inutile guerra generazionale ed instaurare un dialogo. Ma la responsabilità non ricade solamente sulle spalle delle generazioni più avanti con gli anni ma anche, e anzi soprattutto, sui millennials. Per far capire il perché Capeci ha fatto questo esempio: “se dovessi consigliare ad un millennial il modo migliore per rapportarsi con un collega di lavoro più anziano ogni volta che c’è un diverbio gli direi di assumere per un attimo che abbia ragione e chiedergli come e perché”. Questo consiglio, che di primo impatto può sembrare controintuitivo, mostra appunto la nuova prospettiva proposta rispetto al tema dei millennials e del confronto generazionale. Una prospettiva volta non tanto alla competizione per la supremazia ma ad una comune cooperazione.
In definitiva ogni generazione ha di che imparare dall’altra e ogni generazione ha bisogno dell’altra: baby boomers e generazione x hanno bisogno dei millennials per cambiare; i millennials hanno bisogno delle generazioni precedenti per cambiare il mondo.