Sabato 2 e domenica 3 marzo è andato in scena al Teatro Coccia di Novara I miserabili, adattamento teatrale del romanzo storico di Victor Hugo. Quella di portare in scena millecinquecento pagine che appartengono non solo alla letteratura, ma alla storia del genere umano è un’impresa sicuramente temeraria, una sfida per chiunque sia disposto a sopportare, nella peggiore delle ipotesi, un grande insuccesso piuttosto che un successo mediocre. Tale sfida si fa ancora più ardua se si pensa alla difficoltà di elaborare la drammaturgia di un’opera di questo calibro, in cui ogni capitolo del romanzo meriterebbe uno spettacolo a sé. Inoltre, a differenza di qualche decennio fa, in cui il testo era conosciuto a sommi capi più o meno da tutti, oggi non è più possibile ridurre l’azione a pochi elementi, tralasciando il resto: la storia deve essere raccontata nella sua interezza. Per far ciò è necessario che ogni dettaglio sia studiato e pensato e ogni battuta accuratamente scelta e ripensata in funzione di questo scopo.    

Il filo conduttore di questa narrazione complessa e sfaccettata è la redenzione del galeotto Jean Valjean, interpretato da un Franco Branciaroli misurato e calibrato nella voce e nelle gesta; un uomo inafferrabile e irriducibile, pieno di “zone d’ombra”, ma risoluto e deciso a coltivare una propria idea di giustizia, che talvolta non coincide con la legge; questa opposizione tra giustizia e legge è uno dei temi portanti dell’opera: chi è davvero “un giusto”? Bastano le leggi degli uomini e le norme sociali a tracciare una linea netta e invalicabile tra bene e male? La vicenda di Jean Valjean mette in discussione l’intero ordine morale borghese, costringendoci a riflettere su questo dilemma sempre attuale. Un dilemma che neppure il commissario Javert (Francesco Migliaccio) uomo di legge per eccellenza, riesce in ultima analisi a risolvere; è in questo contesto che emerge un ulteriore questione: chi sono realmente i miserabili? Coloro che popolano i vicoli bui di Parigi tra tribunali e bagni penali, ma che mantengono viva una propria autenticità nelle azioni più quotidiane o i servitori delle legge, schiavi di una logica manichea che non fa sconti neppure a donne fragili e bisognose come Fantine (Ester Galazzi) ed Eponine (Valentina Violo); donne che vivono ai margini della società, ma capaci di gesti d’amore puri e sinceri.          Tra i vari interpreti, particolarmente degni di nota Riccardo Maranzana e Maria Grazia Plos, i quali restituiscono al pubblico dei coniugi Thenardier senza pietà, realistici al punto da suscitare disprezzo da parte del pubblico. 

Emozionanti e suggestive le scene che vedono come protagonisti i giovani rivoluzionari; tra spari di guerra e dialoghi intensi si ha la percezione di essere coinvolti in prima persona in quei momenti drammatici.

Una scenografia essenziale, ma estremamente versatile e adatta ad una narrazione così fluida, contraddistinta da continui cambi di scena e ambientazioni. Le calzanti musiche di Antonio di Pofi e le luci di Cesare Agoni contribuiscono in maniera incisiva a trasportare lo spettatore nel ventre di questa storia così ricca di eventi e vicissitudini storiche. Sono questi gli ingredienti essenziali di uno spettacolo da non perdere, un’occasione per tornare a riflettere su alcuni temi universali proposti dallo stesso Victor Hugo; I miserabili è un’opera inestimabile appartenente al patrimonio umano che necessita di essere conservata e raccontata anche attraverso un’arte nobile come quella del teatro.

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